Saturday, May 06, 2006

La sfera della poesia, al confine tra linguaggio e tempo, dove dovrebbe trovarsi anche una filosofia davvero critica.
Nel tempo - dove vivono i significati, che, al di là del loro apparire, non risiedono mai nel linguaggio. E nella lingua, poichè ritmo, musica, e parole non hanno a che fare, di per sè, con nient'altro che con sè stesse, fino alla purezza matematica.
Il lògos è ludus, come hanno inteso i teorici dei giochi linguistici e della moderna logica matematica. Ed il pàthos è krònos1, come intuì nuovamente Heidegger, quando vide nel tema del tempo il punto critico della tradizione metafisica - e lo vide ancora attraverso i versi di Holderlin. Sebbene, poi, questa intuizione, in Heidegger, abbia portato a poco.
La poesia è sul critico crinale del confine. Crinale critico - poichè è come se la poesia avesse la sua terra d'elezione su di una catena montuosa tra tempo e linguaggio. Non si tratta di essere un poco nel tempo ed un poco nel linguaggio - questa, del resto, è la condizione comune del vivere. Si, tratta, invece, di essere insieme l'uno e l'altro, totalmente lògos e totalmente krònos. Non mediazione equilibrata, ma contraddizione creativa. La poesia deve esprimere desideri, angoscie, bisogni e nevrosi - e deve farlo attraverso la musica di parole che si danno in quanto proporzioni, ritmi, suoni. Pienamente linguaggio, pienamente tempo.
Per questo la poesia ha bisogno, al contempo, di essere liberata dagli schemi dalla metrica classica (che non sempre, del resto, imprigionano la musica - ma basta un solo canto in catene, per condannare molta della tecnica del passato), e dalle strutture della logica tradizionale, che per scorrere da a a c conosce solo la strada che passa per b - e che dunque, di solito, non arriva dove vuole andare.
(1) Qui il concetto di krònos è utilizzato in un senso più ampio di quello, più determinato criticamente, utilizzato, ad esempio, in Crisi croniche, Teoria critica, 29 agosto 2006.

Monday, May 01, 2006

Strade

Teschi,
sepolti da sembianze
di pelle, persi per
labirinti di
luce.

All'angolo, atteso ancora,
appare il vento - risuona
rabbia, ma è solo suono,
senz'aria.

Corriere costruite per correre,
cose immobili, celle di liberi condannati,
memorie dell'impossibilità di fuga.

D'un tratto si scorge un vivo,
tratto vero d'un viso, anomalia,
maglia aperta - ma, messo a
fuoco, è foto, marketing.

Un dubbio permane, sottile: se l'occhio,
abituato a vedere falsi visi che vendono,
non ne abbia una volta scambiato, per essi,
uno vero.