E invece la poesia di Neruda reca il canto di ispirazione politica come propria necessità interna, ed è un'altra delle non numerose smentite del detto goethiano ("Poesia politica - cattiva poesia"), degradato, da certa gente che lo ripete, a triviale proverbio [...] C'è qualcosa di sorprendente e di serio, di più serio di quanto credano i farisei della letteratura, nel fatto che i politici e, in fondo, anche i poeti, non riescano a rispettare la poesia e a prevederne gli esiti paradossali. Tutta la capacità di persuasione del poema è nel suo cuore stilistico [...] chi vuole imparare qualcosa sulla teoria della rivoluzione non crederà di impararlo dal Lehrstucke di Brecht [...]. Potrà semmai vedere apparire nella poesia dell'uno o dell'altro dei valori, anticipatori di un'umanità dove potrà o no riconoscere, viva d'una sua vita complessa, quella che teorici politici, economisti e filosofi avevano già proposto alla sua tensione pratica. Se poi quei poeti faranno materia del loro poetare proprio gli elementi di quella ideologia e politica, la loro "aggiunta" o sarà, in un certo senso, decisiva aggiunta e correzione capitale di quella ideologia (e questa è la vera portata "politica" della poesia) o non lo sarà e allora, come diceva Vittorini, non avrà fatto che suonare il piffero per la rivoluzione; cioè, in realtà e comunque, per la reazione.
Franco Fortini
in Neruda tradotto da Quasimodo, Milano, 1952, (in La critica a Quasimodo, Bologna, 1976)
Immagine: F. Fortini, in una foto di Giovanni Giovannetti


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